Sono un “oggetto” sconosciuto e potenzialmente pericoloso? Sono soggetti di seconda classe, incapaci di prendere decisioni? O, detto con maggiore onestà, sono semplicemente non disponibili a prendere le decisioni che noi adulti ci aspettiamo? I giovani sono tutti “sdraiati” o “bamboccioni”, giusto per citare alcune espressioni divenute celebri negli ultimi anni? E allora perché a volte risultano fastidiosi, ad esempio quando fanno i “gretini” sui temi ambientali? Indagini e studi sul mondo giovanile abbondano, e ci restituiscono uno spaccato delle sue fragilità, come l’elevato numero di NEET o l’incidenza crescente di varie forme di disagio giovanile, degli ostacoli che spingono molti giovani, spesso brillanti, a emigrare, ma anche della capacità di impegno su alcune tematiche, come l’ambiente. Eppure tutte queste risorse, preziose e insostituibili, non bastano se non sappiamo come usarle: sono una fotografia in cui sono a fuoco i dettagli (le analisi, i dati…), mentre a essere sfocati sono i protagonisti, i giovani. Spesso si ripete che senza giovani non c’è futuro. Anzi, i più lungimiranti aggiungono che i giovani sono soprattutto il presente delle nostre società. Ma troppo spesso ne parliamo come se non esistessero davvero, come se fossero assenti, o spariti. In realtà, sono lì, al nostro fianco, ma come adulti non ne siamo sempre consapevoli, così come non sempre siamo in grado e disponibili ad ascoltarli, soprattutto quando si rivolgono a noi attraverso forme che giudichiamo sbagliate e da reprimere prima di interrogarci seriamente sul loro significato, e sulle contraddizioni che evidenziano. Tanto per fare un esempio: i disturbi alimentari come anoressia e bulimia sono patologie individuali o la spia di disfunzioni e contraddizioni sistemiche della società di cui tutti facciamo parte, ma il cui peso si scarica solo su alcuni? E come leggere in questo senso le tante forme di trasgressione, senza rubricarle frettolosamente a problemi di ordine pubblico su cui intervenire solo in via repressiva? Conta solo la differenza con altre forme da tempo istituzionalizzate e quindi tollerate, come certe derive del tifo calcistico? O magari conta la connotazione politica delle une piuttosto che delle altre? Se i giovani sono essenziali per il futuro, lo siamo anche noi adulti, così come lo è la capacità di dialogare tra le generazioni, frenata molte volte dalla povertà di ascolto che accomuna tutti, giovani e meno giovani, e dalla paura di un cambiamento, che è più radicata presso noi adulti. Tra tanti dubbi, c’è qualche elemento solido da cui ripartire, qualche atteggiamento che l’esperienza ha provato essere sbagliato e infecondo. Non è certo con il paternalismo o la condiscendenza che si pongono le basi del dialogo, né possono presentarsi come interlocutori credibili pallide figure di adulti assenti o in fuga dalle loro responsabilità. La sfida di fare in modo che l’apporto originale e creativo dei giovani possa emergere e rinnovare di continuo la società tocca le istituzioni pubbliche, che di sicuro faticano a riconoscere i giovani e a essere da loro riconosciute, ma anche il mondo associativo e quello ecclesiale. Pensare a politiche giovanili senza un dialogo con i giovani poteva essere forse immaginabile un tempo, all’interno di società diverse dalla nostra e in evoluzione assai meno rapida. Oggi sarebbe solo una pericolosa illusione.
Giuseppe Riggio SJ
Direttore di Aggiornamenti Sociali
