Intervista a cura di Cesare Sposetti SJ ad Alessandro Rosina –

In quale contesto si muovono oggi le nuove generazioni? Che cosa ca­ratterizza il loro rapporto con il mondo circostante e con la dimensione sociale e politica?

In un mondo sempre più complesso e difficilmente decifrabile, il desiderio più forte che emerge dalle nuove generazioni (intendendo con tale termine la fascia di età 18-34 anni) è di essere ascoltate e che siano riconosciute le risorse con cui possono partecipare alla società. Sentono di vivere in un mondo pieno di aspettative nei loro confronti, che pensa di avere idee chia­rissime su quello che dovrebbero fare in famiglia, a scuola, nel lavoro, e così anche in politica, senza però dare loro il diritto di esprimere pienamente desideri e aspirazioni e dare il meglio di sé. A fronte delle tante sfide del nostro tempo, vi è da parte dei giovani un forte desiderio di contare e fare la differenza, di contribuire al ripensamento di alcune categorie di base per loro importanti, ad esempio che cosa si intenda per benessere, per qualità della vita e del lavoro e per partecipazio­ne sociale e politica.

Tuttavia, è sempre più fati­coso per le nuove generazioni far pesare la propria voce nel dibattito pubblico. Nel nostro mondo occidentale, una delle ragioni principali è demogra­fica: a fronte di altri gruppi di età più numerosi, i giovani hanno sempre meno peso in sede elettorale e in ogni con­testo decisionale, come ha ben mostrato il voto per l’uscita del Regno Unito dall’Unione Eu­ropea nel 2016, decisa essenzialmente con i voti di elettori di età superiore ai trent’anni.

Le democrazie del passato si sono costruite sulla presenza di numerosi giovani, che rappresentavano anche la quota maggioritaria di popolazione. Oggi invece l’elettorato giovanile è sempre più esiguo, e dunque lo sguardo sul futuro diventa sempre più corto. La portata delle sfide globali, unita alla costante frustrazione del desiderio dei giovani di fare la differenza, genera in molti di loro un senso di impotenza, a cui si accompagna anche una particolare fragilità, come le ricerche sulle nuove generazioni restitui­scono: si demotivano facilmente, specie se non trovano incoraggiamento e non vedono i risultati del proprio impegno, e ciò causa un sempre maggio­re ritiro nella sfera privata. Un’aggravante tipicamente italiana di questo quadro è che il nostro Paese investe poco in formazione, ricerca, sviluppo e innovazione, nonché in politiche attive del lavoro e abitative. Ciò comporta che l’età delle scelte di vita significative a livello personale, abitativo e professionale viene spostata sempre più in avanti, e che i figli devono dipendere dai ge­nitori a volte oltre i trent’anni. In tale contesto è chiaro che gran parte dei pensieri e delle risorse dei giovani siano dedicati a gestire le preoccupazioni dell’oggi, e che ognuno cerchi di cavarsela come può singolarmente, magari lasciando il Paese o appoggiandosi alla famiglia di origine, quando e finché è possibile. Quella che rischia di mancare completamente è la consapevo­lezza di poter agire politicamente come generazione.

Si afferma spesso che i giovani sono disinteressati alla politica, special­mente alla sua dimensione istituzionale e partitica. Che cosa restituisco­no le ultime ricerche sul tema? Come si caratterizza la partecipazione politica delle nuove generazioni?

Contro una certa narrativa diffusa, ciò che colpisce è la loro particolare sensibilità verso temi globali legati alla cura del bene comune, quali la giustizia sociale, l’ambiente, i diritti umani, oltre che i temi del lavoro e dell’abitare che li riguardano più da vicino. Se da un lato si riscontra il desiderio di non rimanere passivi, dall’altro tuttavia si nota una forte diffidenza (che tra i giovani ita­liani risulta ancora più marcata rispetto ai coetanei degli altri Paesi eu­ropei) verso le istituzioni politiche nazionali, percepite come distanti e poco attente ai loro bisogni (cfr Tab. 1). Nondimeno, uno dei dati più interessanti restituiti dalle nostre ricerche è che le giovani generazioni riconoscono che la politica “ser­ve”, ma ritengono che in questo momento non stia facendo quello che dovrebbe. Il giudizio è più positivo sulle istituzioni locali, che i giovani sentono più vicine e di cui più facilmente vedono i risultati concreti. In generale, af­fermano che se la politica offrisse un vero spazio di partecipazione e azione ai giovani che vogliono impegnarsi, sarebbero assai più disposti a fidarsi. Per quanto riguarda l’esercizio del diritto di voto, si nota una differen­za significativa con le generazioni cresciute nell’immediato dopoguerra, per le quali era considerato un dovere e un valore in sé: le nuove generazioni lo danno per scontato ed è diffusa l’idea che abbia senso votare solo in presenza di un’offerta politica che soddisfi e in cui ci si possa pienamente riconoscere, o comunque solo nel caso in cui si pensa che il proprio voto possa fare veramente la differenza (cfr Tab. 2). È sparito, ormai da tempo, il puro voto di appartenenza ideologica e di fedeltà partitica.

Recenti indagini condotte in altri Paesi europei hanno messo in luce una diffusa disillusione e sfiducia dei più giovani nei confronti della demo­crazia: è il caso anche del nostro Paese? Quali possono essere le ragioni di questa tendenza?

Benché non ancora pienamente realizzatosi, questo rischio è tangibile an­che nel nostro Paese ed è molto legato alla crisi di fiducia nelle istituzioni e al già citato senso di impotenza che molti giovani provano di fronte a una realtà percepita sempre di più come eccessivamente complessa e mi­nacciosa. Se infatti hanno l’impressione di non essere in grado di fare la differenza, o ritengono che il loro impegno non possa sortire alcun ef­fetto e che sia impossibile per loro trovare una risposta efficace alle crisi del mondo contemporaneo, rischiano di diventare molto più vulnerabili all’idea che affidarsi all’uomo o alla donna forte di turno possa essere la soluzione migliore. Questa è una delle opinioni più diffuse nelle ultime ri­cerche, anche nel nostro Paese, ed è un rischio tanto maggiore quanto più è fragile la condizione sociale, economica e culturale dei soggetti interessati. Chi è più povero e con meno mezzi tende a sentirsi un perdente nella complessità globale, ed è alla costante ricerca di qualcuno che lo possa riscattare. Qui si inseriscono facilmente le narrative populiste, che si pre­sentano come facile risposta al senso di insicurezza, agendo in particolare sulle leve emotive della paura e della rabbia, amplificate dalle dinamiche dei social media. In tale contesto, la democrazia rischia di apparire solo come veicolo di incertezza e confusione, e, in definitiva, come un siste­ma di governo inadatto ad affrontare le sfide attuali.

Per quanto riguarda l’impegno sociale in senso più ampio, e in partico­lare il volontariato, come si caratterizzano le ultime generazioni rispetto alle precedenti? 

Come si osserva ormai da alcuni decenni, tra le istituzioni in cui i gio­vani più si riconoscono, continuano a rimanere quelle legate al vo­lontariato, ancora percepito come utile e positivo per chi ne beneficia e per chi lo svolge. A ogni modo, l’impressione che restituiscono i dati è un certo spostamento nelle motivazioni alla base della scelta di fare volonta­riato: non solo perché ci sono persone che hanno bisogno, o perché spinti da un particolare imperativo etico, ma per la considerazione dei benefici che anzitutto il volontario trae dall’esperienza di servizio, ritenuta positiva quando nel farla ci si possa “sentire bene”, divertirsi, stare in relazione con gli altri, rafforzare le proprie competenze sociali e relazionali, crescere dal punto di vista umano e professionale, mentre vengono rifiutate strutture troppo rigide e verticistiche e basate sul “si deve fare così”. Tale modo di vivere il volontariato ha generalmente un effetto positivo e formativo nei giovani che vi si impegnano, rafforzando la fiducia in loro stessi e negli altri nonché il loro senso di appartenenza sociale e civica 1. A ben vedere, si tratta di dinamiche simili a quelle che i giovani vivono oggi nei confronti della dimensione lavorativa, riguardo alla quale non si valorizza più solo l’aspetto della retribuzione, ma anche quello relazionale e di crescita personale. L’ideale per molti è proprio la combina­zione di questi aspetti: riuscire a svolgere un lavoro che piace, fa crescere, e permette pure di fare del bene agli altri.

Sulla base delle vostre ricerche, si nota qualche cambiamento nel modo di partecipare dei giovani in seguito a esperienze prolungate all’estero?

Chi va all’estero tende senz’altro a essere più dinamico e intraprendente. Indipendentemente dal fatto che l’esperienza all’estero sia stata vissuta più o meno bene, uscire dalla propria zona di comfort, in particolare fa­miliare, porta a mettersi più in gioco nelle relazioni e aiuta a scoprire nuove prospettive e modi diversi di essere e agire. Inoltre, uscire dal proprio ambiente aiuta anche a notarne e rivalutarne alcune risorse e punti di forza che prima non si vedevano o si sottovalutavano. Questo cambia­mento di sguardo può diventare il motore di un nuovo impegno sociale e civile nei contesti di provenienza. In generale, si può dire che tutto quello che aiuta i giovani ad andare oltre il senso di schiacciamento sul presente, oltre la dimensione privata e oltre i confini della loro zona di comfort, è sempre costruttivo e formativo.

Questa possibilità di guardare oltre il proprio orizzonte abituale è forte­mente condizionata dalla provenienza sociale e dal grado di istruzione dei giovani coinvolti?

Senz’altro: i dati continuano a mostrare chiaramente che chi ha più risorse socioculturali ed economiche è più predisposto alla parteci­pazione. Ciò in particolare per due ragioni: da un lato, chi ha maggiori possibilità di formarsi e di studiare può alzare lo sguardo sul mondo più facilmente senza restare confinato nella bolla ristretta del suo contesto di origine; dall’altro, chi in Italia oggi proviene da classi sociali più basse, o si trova nella condizione di NEET [Not in employment, education or training, cioè giovani che non lavorano e non sono inseriti in percorsi edu­cativi o di formazione al lavoro, N.d.R.], ha molta meno mobilità sociale e si trova in situazione di maggiore precarietà. Non stupisce dunque che sia molto più concentrato su sé stesso e sulla gestione del presente piuttosto che aperto agli altri e al futuro, e che sia in generale meno propenso a sen­tirsi parte di un mondo che può cambiare.

Come si potrebbe favorire un maggiore protagonismo sociale e politico delle nuove generazioni?

Come già messo in rilievo, una democrazia vera non si può costrui­re senza i giovani. Per costruire un futuro migliore è necessaria una maggiore collaborazione tra generazioni. Per questo, è necessario creare le condizioni perché la famiglia, la scuola, i luoghi di lavoro, lo sport, il volontariato, ecc. non siano solo contesti in cui si pretendano prestazioni e risultati, ma ambienti in cui i giovani vivano esperienze positive e for­mative, che consentano di percepirsi e sperimentarsi come soggetti attivi in una realtà che cambia con loro. A mio avviso, ogni contesto e iniziativa con queste caratteristiche avrà un grande valore formativo, aiuterà i giovani sempre di più a uscire da sé stessi e li potrà aprire in modo determinante anche all’impegno civile e politico.

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Fonte: Aggiornamenti Sociali agosto-settembre 2025 (466-472)